Indonesia | come si vive in un villaggio della cultura ngada
Il viaggio in traghetto da Timor a Flores è durato 18 ore. Il tipo di traghetto dove ti ritrovi a contare le ore e gli scarafaggi che si muovo molto più veloci delle lancette dell’orologio. Ma il viaggio è fatto anche di incontri. E così, grazie a un ragazzo che vendeva tappeti, sono riuscita ad assicurarmi un letto. Un piccolo lusso in mezzo a sporcizia, avanzi di cibo e uomini che fumano. Dormire è stata un’impresa, ma alla fine siamo arrivati ad Aimere. Ci ha accolto Novel, il proprietario della guest house a cui ho scritto stremata alle 5 del mattino. Ci è venuto a prendere al porto all’alba e, con la gentilezza tipica delle persone di Flores, ci ha permesso di riposare subito, ben prima del check-in. Di Flores ricorderò sicuramente l'ospitalità, quell'accoglienza sincera che non si dimentica facilmente.
Il mattino seguente, mentre il sole si alzava pigro nel cielo, abbiamo ricevuto un vassoio di caffè nero e dolci tradizionali. Il Dadar Gulung, pancake verde fosforescente farcito di cocco e zucchero di canna, e il Lupis, una torta di riso dolce avvolta in foglie di banano. Una carica di zuccheri che mi ha aiutata a riprendermi dal viaggio del giorno prima. Novel e Nabila, la moglie, ci hanno proposto una visita a un villaggio tradizionale Ngada, a soli venti minuti di distanza. Sapevo dell’esistenza di alcuni villaggi nella zona, ma questo sembrava non comparire spesso nelle guide.
A Flores i villaggi tradizionali resistono al passare del tempo, come piccole isole di cultura in un mondo che corre troppo veloce. Il villaggio di Balaraghi è un esempio perfetto: case costruite in bambù e paglia, con piccole verande esterne. Entrare nelle case è come entrare in un mondo dove il tempo si dilata. La cucina, cuore pulsante della casa, è uno spazio riservato alla famiglia, un luogo che racchiude non solo odori e sapori, ma anche l'anima della vita quotidiana e spirituale. Il focolare, un quadrato di pietre in uno degli angoli della stanza, è sacro. Il fumo non esce del tutto, impregna i muri, i travi di bambù, creando quell'atmosfera avvolgente e densa di spiritualità. A Balaraghi ci sono quattordici case, tre clan affermati, molti cani. Non c'è elettricità, acqua potabile o una connessione stabile. Qui tutto richiede tempo. Non perché le persone siano lente o svogliate. Anzi, tutto l’opposto. Ma a Balaraghi tutto si fa alla vecchia maniera.
La prima persona de ho conosciuto è stata Irene - più tardi si presenterà come Mama Rene. Mi ha vista curiosare in giro per il villaggio, impegnata a immortalarne i dettagli con la macchina fotografica. Mi ha invitata a sedermi e bere un caffè. Il viso dolce di una nonna giovane, un po' scavato dalla stanchezza della vita di compagna. Mi sono seduta con lei, sul terrazzo di casa sua, in silenzio. Abbiamo avuto una conversazione fatta di gesti e sorrisi.
Mentre lasciavamo il villaggio ho conosciuto William, una guida locale. Un uomo sulla quarantina, con i capelli ricci legati in una coda, gli stivaletti in cuoio e una sigaretta dietro all’orecchio sempre pronta all’uso. Ci ha invitato a tornare con lui al villaggio per cenare con una delle famiglie e passare la notte lì. Non potevamo dire di no. Dopo esserci assicurati qualche bottiglia di acqua potabile, ritorniamo verso il villaggio. Il cielo stellato sopra di noi ci ha accompagnato lungo il sentiero verso la casa di Mama Nella e Papa Vempi. All'ingresso della casa, ad accoglierci, ci sono anche Irene e Aurelius - detto Reli. Un uomo di 49 anni con gli occhi di un bambino curioso, di quelli che non la smettono mai di fare domande. Mi riconoscono. “Ah, gli ho offerto un caffè stamattina ma non l’ha accettato” si lamenta Irene ridendo. Ci hanno accolto nella prima stanza con the caldo e banane bollite.

La cucina era già in fermento: si preparava la cena e si organizzava un rito in nostro onore. A Balaraghi, ogni ospite viene introdotto alla comunità attraverso un’offerta agli antenati. Quella sera infatti ho assistito al sacrificio di una gallina. Quando ci invitano ad entrare, è Antonio ad accoglierci, uno degli anziani del villaggio. Il sacrificio prevede un taglio netto, orizzontale, in mezzo al becco, per tagliare l’arteria principale, così che l’animale muoia in fretta, senza soffrire. Lasciano scorrere il sangue in una ciotola e poi ce la passano sul palmo delle mani e sui simboli degli antenati appesi sulla parete. Io sono vegetariana da quattro anni, rabbrivisco guardandomi il goccio di sangue nel centro della mano. Ma penso a quanto sia profondo il legame che hanno loro con la morte. Gli animali non li trovano al supermercato già impacchettati e pronti da mangiare. Siamo noi quelli distaccati, quelli che saltano i passaggi, quelli che non vedono.
A questo punto possiamo sentirci a casa, parte della famiglia. Papa Vempi spiuma la gallina sul fuoco, la fa a pezzetti e mette tutto in una padella con acqua di cocco e basilico. Come vuole la tradizione. La prima porzione, che include la testa della gallina, va offerta agli antenati. Lo presentano in un cestino intrecciato, un po’ come se fosse il servizio della domenica. A turno lo fanno passare e tutti ne prendiamo un boccone, con le mani. In una ciotola ricavata da un cocco versano dell'Arak e anche quello lo beviamo a turno. Il modo in cui il villaggio mantiene viva la connessione con gli antenati è impressionante. Ogni gesto è carico di rispetto per il passato. Le cucine Ngada non sono semplicemente luoghi per cucinare. Sono spazi di connessione tra il mondo materiale e quello spirituale. Gli antenati vengono onorati con offerte, e il cibo preparato per loro è sempre il primo ad essere servito.
Inizia la cena: riso rosso, la carne di gallina, verdure e tofu. E io dopo quattro anni mangio della carne, un po’ per rispetto un po’ per curiosità. Beviamo tanto Arak, troppo Arak. Tanto che alla fine mi faccio pure offrire una sigaretta con sorpresa di tutti i presenti. Perché qui le donne non fumano.
Mama Rene ci ha preparato un letto in casa sua. Ci sediamo per un po' sotto le stelle a parlare con Willem, che ci spiega quanto ci tiene a questo villaggio, alle sue persone, che cerca di mantenere un turismo sostenibile, non vuole un turismo di massa, come negli altri villaggi. Ma vuole, attraverso queste visite, supportare economicamente le famiglie di Belaraghi, offrendo un’esperienza unica ai visitatori. Vado a letto e penso che non voglio andare via, che voglio restare, vedere come vivono queste persone, come pensano, come passano le loro giornate.
Chiedo a Williamm di poter rimanere. Mama Nella è al settimo cielo, nessuno lo aveva mai chiesto prima. Chiama i figli e ride al telefono. Così è deciso, si resta per un po’.
Il giorno dopo, la sveglia - o dovrei dire il gallo, suona presto. Sono le 5 del mattino e io dal letto sento i rumori del villaggio. Chi prepare da mangiare per i maiali, chi mette su l’acqua, chi pesta il riso. Resto sul mio materasso a godermi i suoni e gli odori. Io e Papa Vempi ci mettiamo a staccane i chiodi di garofano, che loro poi vendono al mercato per 90 mila Rupie al chilo. Parenti e amici stretti si trovano verso le 7.00 davanti alla casa di Mama Nella o Rene, per bere un caffè o un tea in compagnia con banane bollite o cassava fritta. E penso che non importa dove vivi o da dove vieni, c'è sempre il tempo per due cricchiare e una sigaretta davanti ad un caffè. Tutte le mattine devo ricordarmi di dire tampa gula - senza zucchero, altrimenti in una tazzina loro ne mettono due cucchiai e allora diventa sciroppo, non più caffè.
Papa Vempi e Mama Rene ci portato al Cabun, il giardino, che è in realtà il loro angolo di foresta. Abbiamo passato la giornata a raccogliere chiodi di garofano, cocchi e tuberi, mentre Mama Nella si occupava del cibo per gli animali. Non c'è niente di semplice qui, ma tutto sembra perfetto nella sua lentezza. Anche il sentiero scivoloso al ritorno. Mi carica il sacco di patate sulla testa, mentre lei porta un casco di banane e un una borsa con i piatti del pranzo, ananas e una zucca. Di ritorno al villaggio tutti mi sorridono e mi fanno l’okay con le mani. Forse perché sono felici di vedere una straniera che vive tra di loro, che si inserisce nella loro quotidianità. O forse, solo perché mi trovano ridicola.
Le giornate passavano tra il Cabun e il villaggio, tra caffè e sigarette, risate e silenzi. E ogni giorno, sentivo la stanchezza, la fatica ma anche l’affetto crescere tra di noi. Mi hanno mostrato cosa significa davvero vivere secondo il ritmo della natura, senza fretta, senza ansie. In pochi giorni quella vita diversa, faticosa, calda, si è trasformata nella mia di vita. Come se fosse sempre stato così. E andarsene, già lo sapevo, sarebbe stato difficile.
L'ultimo giorno, Mama Nella mi ha portato al suo Cabun. Mi ha fatto vedere le sue piante, il suo angolo di mondo, con orgoglio. È stato il momento più difficile, dire addio a questa donna. Quando mi ha salutato, con le lacrime agli occhi, mi ha detto qualcosa in indonesiano. Ho capito solo le ultime parole: “Quando torni in Italia, di’ a tutti che hai dormito a casa di Mama Rene”. Ed è proprio per questo che sto scrivendo. Per raccontare a tutti che a Balaraghi ho dormito da Mama Rene, e mi sono sentita a casa.